Ode (e lode) agli sconosciuti

Potrà risultare strano, e senz’altro lo è, il fatto che nella mia vita io ami moltissimo gli sconosciuti. Già, proprio loro e cioè quelle persone che per fatalità si incontrano in qualsiasi momento della vita ed in qualsiasi luogo per un periodo di tempo troppo breve affinché qualcosa possa andare storto.

L’aspetto interessante è che non devo cercare di far presto per essere puntuale con gli sconosciuti e non devo nemmeno preoccuparmi di essere a posto, se ho messo su qualche grammo dall’ultima volta che li ho visti o se sul mio viso è comparsa una zampa di gallina che prima non c’era. A loro tutto ciò non importa, né tanto meno a me che a loro importi.

Eppure spesso sono proprio loro i protagonisti della mia esistenza perché rappresentano una finestra sugli orizzonti che non ho ancora visto. A loro devo se posso sperare in qualcosa di diverso, se riesco a ridare la vita alle speranze che ho seppellito o semplicemente se mi scopro ancora capace di sorprendermi. A loro devo che non hanno uno sguardo giudice nei miei confronti o superfluamente preoccupato oppure ancora dolorosamente ignorante e disinvolto. Uno sconosciuto qualsiasi può solo arricchirmi e mai demolirmi, non conosce i miei sbagli però vede i miei occhi e magari mi svela l’universo senza che io nemmeno glielo chieda.

A tutti gli sconosciuti quindi, quelli che ho già incontrato, quelli che non ho ancora incontrato e quelli che mai incontrerò, dedico questo pensiero intenso di gratitudine ed auguro ogni bene del mondo per il solo fatto che non potrebbero mai ed in nessun modo scalfire il mio cuore là dove non ci sono già le cicatrici.

Pregi e diletti

Da quando sono diventata perfetta e ho smesso di avere difetti non mi sento più viva, è quasi come se non esistessi più. Nessuno ha voglia di discutere con me, nessuno parla di me, nessuno mi spiega più come dovrei essere e nemmeno mi urla contro con le sopracciglia aggrottate mettendomi in quella soggezione per la quale a volte mi sono fatta tenerezza da sola. Insomma, questa vita mia è diventata vuota, noiosa ed inutile, così tanto che mi si è sviluppata interiormente la cosiddetta “sindrome del gingillino”. Per rendere meglio l’idea: avete presente quelle belle bomboniere firmate ed anche costose che non appena svelate tutti esclamano: “oh, adorabile!” e poi vengono collocate casualmente ai limiti delle mensole nella speranza che cadano? Ecco, proprio così. Senza più i miei difetti io mi sento come se fossi sola su quella mensola al limite della stabilità esistenziale e molto prossima all’augurato crollo. E non va bene, devo assolutamente rimediare. Ecco perché ho deciso di scrivere pur non essendo una scrittrice e non importa che sia fatto per bene, e non importa se piaccia, scrivo per difetto, e dove non c’è perfezione, miei cari eventuali lettori, consideratelo pure un diletto di forma.

Come l’acqua sul fuoco

Il mondo brucia, e non brucia solo per l’elevata temperatura, il mondo brucia perché è arido. E brucio anche io, con questo caldo infame, arida come sono divenuta dopo che il disincanto ha prosciugato in un colpo solo tutte le mie bislacche illusioni. Ardo come una foglia di basilico dall’essenza mediterranea ormai essiccata, che è un vero peccato ora sappia solo di incenso bruciato e me ne dispiaccio fortemente mentre un unico rimpianto continua ad alimentare fuoco e fiamme dentro di me: mi fossi dissetata in tempo, sarei sicuramente ancora oggi quella fonte creativa di incentivi a cui io stessa attingevo quando ne avevo bisogno. Ora vorrei solo che il tempo, anziché aggiustare tutto, iniziasse a gettare acqua sul fuoco.

Il ruggito dell’anima

La natura, osservandola con una più profonda complicità sensoriale, mi ha insegnato sempre qualcosa di molto utile. Qualche giorno fa, ad esempio, mi è capitato di percepire sulla pelle e nell’anima, il potente messaggio universale del ruggito di una leonessa. Per la prima volta ho compreso che quella eco assordante, tumultuosa e spaventosa che squarcia l’intimo silenzio della quiete circostante, senza però mai offenderla, non è affatto una minaccia, né tanto meno una affermazione di supremazia. Al contrario, un ruggito è una forma di difesa della propria stessa dignità. Attraverso il ruggito, il mondo felino tenta di scongiurare l’evitabile, difendendo sé stesso e gli altri dalla violenza effettiva. La natura quindi ci insegna che sentimenti socialmente pericolosi quali sono la rabbia e la paura potrebbero essere soffocati tra le fauci e l’orgoglio, nel mero tentativo che non arrivino mai ad affilare i violenti artigli. Veramente grandioso, dovrò ricordarmene la prossima volta che sentirò quell’istintivo bisogno di graffiarmi l’anima.