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Stringersi

C’è un tempo per ogni cosa. Adesso è tempo di ringraziare gli alberi, di sostenere le foglie, di offrire rifugio al sole di consolare la terra. E’ tempo di schiudere i ricci e di rischiare. E’ tempo di lavorare per garantirsi l’ebbrezza del domani. E’ tempo di arrendersi alla caduta e di accettare che l’aridità essicchi. E’ tempo di attesa ma che non è infinita. Il freddo che verrà non durerà a lungo, basterà però per ricordarci che l’unica difesa contro l’avversità del tempo, è stringersi.

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L’arcobaleno in scala di grigi

A volte può essere difficile sopportare il peso di esperienze vissute che a raccontare non sono credibili, o non immaginabili, oppure ancora minimizzabili. Per quanto si possa decidere di raccontarle, si sa che la condivisione implica in sé stessa una delusione per il solo fatto che dall’altra parte non si è nella capacità di comprendere. Si può comprendere solo ciò che si è vissuto veramente, o in parte indirettamente, ma il metafisico no, quello è proprio solo di chi lo ha toccato con mano, anche se, ovviamente, si fa per dire. La metafisica è comunque un aspetto con il quale, chi sa viaggiare anche su altri livelli esperienziali, convive e ciò può creargli scompenso negli equilibri esistenziali perché la dimensione in cui si svolgono i fatti, anche reali, non è mai razionale, pertanto diventa impossibile valutarne qualsiasi effetto conseguenziale senza motivarlo come si è abituati a fare nella quotidianità. Chi va oltre la fisica, suo malgrado, o per conclamata scelta, tende necessariamente ad isolarsi con le sue vedute uniche e con i suoi spazi inesplorabili, non perché ci sia desiderio di farlo, bensì perché troppo forte è a volte il bisogno di proteggersi da chi potrebbe scalfire la straordinarietà di alcune sue sensazioni vissute cercando a tutti i costi di renderle ordinarie. Questo pensiero trae naturalmente origine dal mio personale rapporto con il metafisico che ad oggi mi fa sentire una persona graziata di un dono dalla portata così personale che mostrarlo al mondo sarebbe come riprodurre l’arcobaleno in scala di grigi.

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Scrivere

Scrivere è un po’ come switchare sé stessi in una dimensione parallela, qualunque cose si scriva ed in qualunque modo. Persino scrivere una lista, che possa essere anche quella della spesa, ci traspone in un universo intimo con il nostro essere nel quale non c’è più lo spazio per le influenze esterne. Cosa manca, cosa, serve, cosa annotare quindi diventa solo una questione tra noi e noi, e questo vale per tutto ciò di cui vogliamo lasciare traccia.

A tal proposito, ho provato ad analizzare ogni aspetto di me stessa ed in che modo si modifica nel momento stesso in cui i miei pensieri si concretizzano in parole scritte e ho scoperto delle cose piuttosto curiose, ad esempio che c’è una relazione tra il nostro aspetto e ciò che creiamo in lettere. Avete mai provato ad elaborare un pensiero appena svegli, in pigiama e non ancora pettinati? Bene, fatelo, poi datevi una sistemata e rifatelo ancora. Scoprirete che la differenza nella vostra cura, implica anche una differenza nello stile, ed anche una differenza di genuinità e spontaneità. Ecco perché i pensieri di Alda Merini sembrano avere l’aspetto di Alda Merini, quelli di Charles Bukowski quello propriamente suo, quelli di Frida Khalo idem, e così via, giusto per citare i più “citati” del momento. Ho notato altresì che che la profondità del pensiero può anche variare in maniera proporzionale rispetto all’intensità della luce così come la veste poetica può assumere automaticamente gli stessi colori dell’ambiente esterno, talvolta fino al punto di mimetizzarcisi, nelle migliori delle prose o dei versi.

E‘ un mondo sempre fantastico quello della scrittura, non solo nel senso proprio di entusiasmante ma anche in quello più letterale del termine. Eh già perché per quanto ci si possa sforzare di trasferire un’immagine esatta di noi stessi o comunque sia di quello che vogliamo rendere pubblico, ci sono sempre dei filtri creativi che si applicano in automatico e che traggono origine dall’immaginario di ciascuno di noi identificandone la fonte come unica. Ecco perché scrivere qualcosa è sempre gratificante, non perché ci rende unici, come può fare l’aspetto che ognuno di noi sceglie di avere, ma più semplicemente, perché ci ricorda inequivocabilmente di esserlo.

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“Reale” Vs. “Virtuale”

Se c’è una cosa che proprio non riesco a tollerare, sono le persone che manifestano pensieri contrari a qualcosa o a qualcuno, utilizzando una terminologia inappropriata. Questo denota imprecisione, mancanza di approfondimenti in merito alla questione, e quindi fa pensare ad una demonizzazione che nasce soprattutto da un bisogno di lasciar uscire la spocchia che è dentro di loro e non da una fondata considerazione socialmente utile. Faccio un esempio: oggi fa molto figo schierarsi contro la “virtualità” in favore della “realtà”, e questo perché ormai l’utilizzo spropositato dei social ha cambiato le vite di tutti. E’ un dato di fatto inconfutabile che non può non suscitare delle preoccupazioni, se non altro attenzione da parte nostra, ma in questo, proprio la virtualità non c’entra. Virtuale è ciò che non esiste, è una forma illusoria, una specie di inganno della mente. Virtuale è un’emozione che nasce da qualcosa di non reale e può essere quindi anche un sentimento di commozione di fronte ad un film, la rabbia per aver perso una partita a scacchi contro un computer, oppure ancora un desiderio sessuale che scaturisce semplicemente da una fotografia. L’ aver traslato il significato del termine “virtuale” riconducendolo automaticamente a tutto ciò che si riferisce alla tecnologia ha suscitato una confusione generale. Ecco perché ci tengo a sottolineare che i rapporti che nascono o che si intrattengono attraverso i social non possono definirsi “virtuali”, tutt’altro. Se io, anziché parlare con un’amica di una vita al telefono, comunico con lei attraverso uno strumento più evoluto, frutto della continua ricerca da parte dell’uomo dall’era dei segnali di fumo fino ai giorni nostri, questo non vuol certo dire che la nostra storica amicizia non è mai esistita e che tutti i nostri scambi non nascano da ciò che abbiamo realmente costruito assieme. Cambia semplicemente lo strumento, che è più immediato, accattivante, che offre, viva Dio, molteplici possibilità in più di condivisione e non più solo la voce, pur essendo una comunicazione a distanza. E non era ciò che l’uomo avrebbe sperato un giorno di fare esattamente come in tutti gli altri aspetti della sua esistenza nei quali si è sforzato di progredire? A questo punto i vari “Cristoforo Colombo” che scoprono l’America tutti i giorni penseranno che dal vivo è tutt’altra cosa, bene, hanno ragione, questo lo sappiamo tutti, ma è veramente possibile comunicare sempre e solo a distanza ravvicinata? Viene da se che l’uomo, non avendo il dono dell’ubiquità e non essendo onnipotente ha da sempre bisogno della complicità degli strumenti che egli stesso crea, se non vuole limitarsi ad esistere secondo ciò che per natura gli è concesso. Un plauso quindi enorme da parte mia ed un ringraziamento a chiunque abbia utilizzato il cervello per produrre strumenti evolutivi e non spocchia degradante, fermo restando che ovviamente, l’utilizzo che si fa degli stessi strumenti espone ad un senso di responsabilità sociale che mai e ribadisco mai, in nessun modo deve essere sottovalutato, esattamente come per nessuna delle scoperte che ha compiuto l’uomo, compreso le armi di distruzione della massa, che fanno sicuramente più paura di quelle di distrazione, di cui ogni tanto invece c’è un reale, sano, bisogno.

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Il cuore a spasso

Ogni tanto mi piace mettermi in macchina e portare a spasso il cuore. Ovviamente guido io. Lui non deve fare altro che chiudere gli occhi e fidarsi di me. Tanto lo so quali sono i posti che gli piacciono di più, e so che gli piace ascoltare sempre la musica quando usciamo insieme soli, io e lui, non deve nemmeno parlare che metto la sua stazione preferita, quella che trasmette gli evergreen a tutto spiano. E poi attacco io con i ricordi, gli faccio sistematicamente due valvole così a parlare di cose accadute una vita fa, altre un giorno fa, altre che ancora devono accadere, me le invento e lui ride perché a volte è scemo quasi come me. E facciamo sempre lo stesso tragitto, è tacito, lo sappiamo entrambi dove andremo e dove ci fermeremo. Non gli chiedo se vuole fumare perché so che non ama le dipendenze, in nessun modo, le respinge immediatamente non appena ne percepisce il rischio, solo così si sente un cuore libero. Non so quante volte mi ha spiegato sempre la stessa cosa sull’autenticità di un amore che esiste perché vuole esistere e non perché debba soddisfare un bisogno, evidentemente ha il sospetto che non ne sia poi ancora così convinta, eppure lo sa bene che non fumo nemmeno io. E non ci stanchiamo mai di stare insieme così, spassionatamente, forse perché è davvero molto difficile che litighiamo. Io non lo ascolto mai, ma mica glielo faccio capire, piuttosto lo assecondo come si fa con i pazzi, anche perché secondo me solo un pazzo può stare tutto il giorno a battere contro un petto senza mai fermarsi, e dovrei pure fare come dice lui? Nemmeno da lui dipendo io, in questo lo batto, anche se io non batto, a differenza sua, contro un petto. Non si fa mai ora di tornare a casa, quando porto a spasso il cuore, lui abita con me, dentro di me e menomale, così non mi sento mai sola e nemmeno vuota. Più sto con lui e più lo amo, forse dovrei dimostrarglielo, magari con delle carezze, ma ho sempre quella dannata paura di fargli male, se casomai dovessi sfiorare quelle ferite di cui spesso mi parla, perché non si sono cicatrizzate mai. Allora è sufficiente che lo guardi teneramente, mentre ormai stanco, si aspetta che lo lasci riposare un po’.

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Lattine

Ci sono mille e più modi per osare, uno di questi potrebbe essere ad esempio ammettere a sé stessi che utilizzare il termine “riciclarsi” anziché “rigenerarsi”, sia più appropriato nella descrizione letterale di un bisogno che coviamo dentro. Si fa un po’ fatica ad accettarlo, però talvolta è davvero così. Anche perché poi non si riciclano solo le cose sporche, tipo il danaro sporco o la spazzatura, si riciclano anche i materiali che hanno esaurito un ciclo della loro esistenza e anziché lasciarli giacere per sempre nell’inerzia della degradabilità, si reinventano per un utilizzo nuovo, per uno scopo che gli renda un’altra vita. Trovo quindi che non esista nulla di più ottimistico, sensato, strumentale, di un processo autentico di riciclaggio, anche se si dovesse trattate della nostra stessa vita. Una rigenerazione, per quanto il termine sia più poetico ed accettabile, potrebbe apportare un beneficio sicuramente evidente ed immediato, ma avete mai osato immaginare voi stessi come materiale predisposto al riciclo? Io si, pertanto mi permetto di consigliarvi: abbiate cura di farlo qualora vi dovesse capitare di sentirvi come lattine vuote capitate, per sbaglio, in un sacchetto di organico.

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Ho provato…

Ho provato a guardare il silenzio e mi è sembrato bellissimo, così intimo e discreto. Poi ho provato ad ascoltare il buio, che armonizzava in sintonia perfetta con le mie corde. Ho provato ad accarezzare l’aria sfiorandone l’essenza con le dita, ho provato a gustare un tramonto che aveva un sapore dolce e amaro insieme e ho provato a toccarmi l’anima. Ho provato ad amare un sasso, a odiare l’amore. Tutto si può provare nella vita, ora lo so. Ho provato a dimenticare i ricordi, a memorizzare il nulla, a fare finta che sia tutto vero. Ho provato a non avere un passato e a non scommettere sul futuro. Ho provato a smettere di cominciare e di cominciare a smettere e poi ho provato a cancellare i castelli in aria e a credere di poterli costruire ancora ma questa volta con l’intento di volare con i piedi per terra.

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Una cura

Il nostro sistema immunitario psicologico è l’autostima. Se abbiamo cura di rinforzarlo sistematicamente, diventiamo inattaccabili, equilibrati, integri, disarmanti, vincenti. Con una buona autostima, tutte le particelle tossiche invisibili che provano ad attaccarci, rimbalzano, oppure si schiantano contro la solidità e la stabilità delle nostre certezze e stramazzano al suolo. E non importa se ci accorgiamo di tutto ciò , perché chi ha una sana e robusta costituzione psicologica, non ha nemmeno bisogno di questo tipo di considerazioni. Una buona autostima ci permette di vivere una vita psicologicamente sana, senza bisogno di particolari cure dispendiose e di farmaci astringenti del loro stesso veleno. Ciascuno di noi può iniettarsi integratori di autostima direttamente nelle vene, semplicemente avendo la capacità di mettersi in discussione senza tormento, di accettare i propri limiti come le zavorre che impediscono alla mongolfiera di perdere ogni controllo, di vedere i propri successi come una evoluzione naturale del proprio talento e di considerare chi tende a giudicarci o ad etichettarci semplicemente come un opinionista esterno di una trasmissione degna solo della emittente che la trasmette. E’ più semplice di quanto si possa pensare, credetemi: è semplice come rivedere questo post immediatamente prima di pubblicarlo, preoccupandosi che sia corretto e di null’altro.

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Brancolare

Il nostro problema è che spesso cerchiamo di interpretare a modo nostro ciò che è scritto a caratteri cubitali ed a chiare lettere. Se lo facciamo non è per presunzione, ma per quella naturale forma di egoismo che mette noi stessi al centro di tutto. Difficilmente accettiamo che qualcosa o qualcuno siano totalmente al di fuori di noi e che abbiano un’esistenza a sé. L’interpretazione personale è una vera e propria forma di manipolazione della realtà, una maniera di plasmarla affinché aderisca meglio alle nostre forme di soddisfazione psicologica. Ecco che vengono fuori pensieri distorti, non veri, lontani dalla loro stessa essenza, però tutto sommato, accettabili. Ma non è così che si vive, secondo il mio punto di vista, me lo insegna ogni giorno la vita. Le verità assolute sono quanto di più prezioso possa esistere perché rappresentano il faro sempre acceso quando è buio e c’è tempesta. E se il faro illumina gli scogli ma noi facciamo finta che siano una fantasia della nostra mente, beh allora la distruzione è inevitabile. Non dobbiamo avere paura della luce, ma degli inganni delle ombre di noi stessi, cerchiamo di vivere, anziché brancolare.

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Battiti

Non c’è più, il coraggio di sfidare i miei stessi limiti, e’ sepolto tra le macerie di una coscienza che non è la mia. Parole, come timbri, hanno marchiato l’involucro che mi contiene, e non c’è più, quella voglia di osare, anche solo per gioco e per complicità. Non si raccoglie un fiore calpestato, nel dovuto rispetto del suo bisogno di giacere inerme. Tuttavia ci saranno sempre nuovi germogli in fiore, la vita è vita sempre, mortificarne un battito non basterà a non farla esplodere altrove, con le mie gioie, e con i suoi colori.

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Non è facile

Non è facile, però ho ordinato un nuovo paio di scarpe su un catalogo online. Sono di quelle calzature che non avrei scelto mai nella mia identità precedente; troppo sportive, dinamiche, alla moda, giovanili, non adatte a me insomma. C’è sempre il reso che posso fare se non dovessero piacermi, però ho giurato a me stessa che ci proverò ad adattarmi io a loro. Ma non è facile lo stesso. Allora sistemo le tazze, avanti a tutte quelle con i fiorellini verdi che non avevo ancora usato, aspettando l’occasione giusta. Sono fiera di questo cambiamento, più tardi una tisana nuova non me la toglie nessuno, ma non è facile. Accendo le casse bluetooth ed è soddisfacente godere di tutta la mia musica preferita con un abbonamento base a basso costo, un tempo tutto questo non era possibile, ogni cosa oggi è più agevole per fortuna, ma non è facile. Squilla il telefono, scrivo su facebook, sorrido anche, ma non è facile. “E’ il tuo giorno migliore per i mi piace su questo blog” mi scrive wordpress: che soddisfazione immensa! Ma non è facile. Mi sento nuova: una donna che ha una voce in capitolo, che parla, giudica, risponde, si incazza, urla se è il caso e se è il caso esagera anche, ma non è facile. Interrogo la mia coscienza che per la prima volta nella nella nostra vita insieme alza il pollice, un nuovo like, sicuramente il più importante di tutti, ma non è facile. Mi impegno a tempo perso in qualcosa che faccia emergere la mia emotività soffocata dalla sua stessa incontenibilità, ed è altamente liberatorio ma non è facile. In cucina provo a riprodurre quelle cose fantastiche che preparano alla televisione con invidiabile disinvoltura e che per questo sembrano facilissime, anche se non per me, ma ugualmente non è facile. Vado a letto più presto, non ci sono particolari scadenze o problemi senza soluzioni a tenermi sveglia, è questo è di una straordinarietà sacrosanta perché dormo di gusto ma nonostante tutte queste cose, vi assicuro che non è affatto facile, andare avanti ogni giorno e fare finta di niente con un macigno che batte al posto del cuore.

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Flipper

Mio padre parlava molto poco, eppure mi ha insegnato tanto, senza nemmeno volerlo. Ero una ragazzina quando mi fece un regalo straordinario: una bottiglia di whisky vuota. Prima di pensare che fosse completamente impazzito, mi accorsi che aveva una fessura nel vetro della dimensione pressapoco di una moneta. Lui stesso ne infilò una subito, la prima, promettendomi che avrebbe fatto lo stesso ogni qual volta avesse “spiccioli” a disposizione fino alla prossima estate, in modo tale che io potessi avere un gruzzoletto da dedicare a cose inutili una volta finita la scuola. La straordinarietà del dono stava proprio in questo aspetto: mio padre mi stava regalando i mezzi per fare qualcosa di inutile, non so quanti genitori abbiano mai fatto un pensiero del genere. Come tutte le cose che si alternano ciclicamente finalmente anche l’estate arrivò, così come il momento di “stappare” quella prigione di vetro e liberare un numero indefinito di piccoli sogni scintillanti e tintinnanti. Mi piaceva da pazzi il rumore che producevano mentre li raccoglievo a due mani e li infilano disordinatamente in una borsetta de hello kitty. Sapevo già come li avrei spesi uno ad uno, ma questo era un mio segreto. Ogni giorno di quella vacanza mio padre mi scorgeva da lontano attingere rifornimenti da quella insolita fonte e mi aspettava anche solo per vedere il sorrisino beffardo che tentavo invano di celare abbassando lo sguardo. Nel susseguirsi di quei caldi giorni, la borsetta di hello kitty si svuotava sempre di più ed in casa non c’era nulla di nuovo che potesse giustificare quelle piccole “perdite” quotidiane. Fu così, che alle ultime monetine, prima che fosse troppo tardi, mio padre decise di seguirmi. Quando mi vide entrare nella sala giochi di quel paesino di villeggiatura che invitava tutti ad entrare, giovani e meno giovani, con lo stratagemma del juke box sempre in funzione, immediatamente capì. Probabilmente si commosse anche, al ricordo di quando mi fece vedere un flipper per la prima volta, dopo avermi fatto montare su una sedia di plastica affinché io potessi vedere con i miei occhi, quanto lui facesse di quella pallina quello che voleva, ma questo non lo saprò mai. Quello che ho sempre saputo però, è che anche io un giorno avrei fatto di quella pallina quello che volevo io, dovevo solo aspettare di avere tempo e modo per esercitarmi e quel momento era finalmente arrivato . Mio padre parlava poco, però mi ha insegnato che per quanto la vita fosse fatta di pendenze, di contatori frenetici che ti sobbalzano da una parte all’altra della macchina da gioco e di tilt che ti bloccano temporaneamente, siamo sempre noi ad avere il controllo della pallina. Basta crederci, e perché no, basta ogni tanto anche aver il coraggio di unire l’inutile al dilettevole, tanto si sa, che prima o poi quella pallina…cadrà.

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Verso il domani

E’ lento il silenzio, vuoto come le scarpe che oggi non ho indossato. Bussa il cuore ma non apro, oggi non ci sono, non ci sono più. Non esiste che un ricordo lontano di fiori confezionati e di belle parole. Scritte, oppure sussurrate, facevano vita in quella dimensione spenta. Abbasso la luce e la penombra mi consola con i suoi giochi di riflessi. Non sono sola con me stessa, ora lo so. L’orgoglio mi richiama: “c’è ancora molto da fare”, dice, e so che è vero. Velocemente mi riprendo la dignità e poi parto alla volta del domani. Biglietto di sola andata, per una sola persona, e sono presto lontana, così tanto da sentire già la nostalgia dissolversi nel profumo dei fiori che verranno.

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Sembra poco

Sono orgogliosa di me quando realizzo di essere felice con poco, ma in realtà, ripensandoci, c’è veramente poco di cui essere orgogliosa. Il motivo è che quel “poco” altro non è che il risultato del mio personale metro di valutazione basato sui valori della mia personale vita. I parametri quindi sono “viziati, perché viziata sono sempre stata io da tutto ciò che non mi è mai mancato. Se solo penso che MAI ho avuto veramente fame, MAI ho avuto veramente sete, MAI ho camminato per il mondo scalza, MAI ho elemosinato cibo per i miei figli, MAI ho temuto di essere lapidata, MAI ho obbedito per non essere ammazzata, MAI ho sentito da vicino il boato assordante di una bomba, MAI ho viaggiato senza il minimo delle comodità, MAI ho visto intorno a me solo la disperazione, MAI mi sono sradicata dalla mia terra anche solo per poter conoscere il mare. Tutto questo fa di me una donna ricca, anzi ricchissima, e bugiarda anche. La verità è che quando ritengo di essere felice con poco mento brutalmente a me stessa perché tutto sommato mi fa comodo, proprio come comodo è il cuscino in memory su cui tutte le notti appoggio beatamente la mia testa.

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Il gusto della vita

Ciascuno di noi cerca di dare un senso alla sua vita, io ad esempio ho scelto quello del gusto. Già, perché personalmente presumo che ogni cosa possa essere valutata secondo due parametri specifici e contrapposti: il buono ed il cattivo gusto, semplicemente, senza troppe articolazioni inutili e spesso destabilizzanti. E non è una questione soggettiva, secondo me, la distinzione tra i due attributi. Il buongusto è oggettivamente tutto il bello che c’è e che produce per effetto solo conseguenze benefiche e positive mentre il cattivo gusto è il marcio che inevitabilmente deteriora. La soggettività risiede piuttosto nella capacità della singola persona di saper riconoscere tra l’una e l’altra “categoria”, se così si possono definire, tutto qui. Chi sa riconoscere il buongusto e lo manifesta nella persona che è, rappresenta una fonte di piacere per l’umanità come può essere una qualsiasi cosa deliziosa ed appetibile per il palato di chi sa apprezzarlo, chi invece è istintivamente protratto verso il cattivo gusto, nuoce alla bellezza dell’universo. Semplicistico, lo so, ma effettivo. Il gusto della vita è un aspetto importante, che in molti al giorno d’oggi sottovalutano, secondo me, ma è un vero peccato. Lo penso ogni volta che provo un disgusto quando noto qualcosa di nauseante lungo i canali attraverso i quali mi viene propinata e purtroppo oggi per “canali” non intendo più solo quelli radiofonici o televisivi. Vorrei di istinto poterla rimuovere con tutte le forze che ho, anzi vorrei che una squadra di “buongustai” mi aiutasse, anzi vorrei che tutti, indistintamente, nonostante sia un gesto di pessimo gusto, imparassimo, finalmente, a sputare.

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Corsa contro il tempo

Ho fatto cose per ingannare il tempo, ma è stato inutile, alla fine è stato lui ad ingannare a me. Ci ho impiegato del tempo per capirlo, abbastanza da sentire più lenti i miei passi e da vedere la pelle del mio viso più rugosa. “Il tempo è tiranno!” ho esclamato allora a grande voce: “ho sempre dato tempo al tempo ed intanto lui toglieva vita alla mia vita!” Così ho cercato di guadagnare tempo, anche perché ho sentito dire che è denaro, ma mi è stato rubato dalla sua stessa velocità che non si può arrestare, e quindi oltre il danno ho dovuto subire anche la beffa. Poi c’è che il tempo scorre, tanto inesorabilmente, che provare ad arginare la perdita sarebbe solo una perdita tempo, così come aspettare che sia lui ad aggiustare tutto quando invece passa, e non si accorge nemmeno dei danni della sua usura. E’ per tutte queste cose che vorrei essere una donna senza tempo, magari giusto un po’ di quello libero per poter correre: correre verso il futuro, correre contro il tempo.

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“Occasioni”

Non è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, secondo me l’occasione fa il ladro, ladro. A volte i proverbi, più che saggezza popolare mi sembrano mere giustificazioni da utilizzare all’occorrenza. “Signori si nasce!” recitava il grande Antonio de Curtis in arte Totò, “ed anche ladri!”, aggiungerei io. Ci tengo a sottolineare tutto ciò per un motivo molto semplice e cioè per una questione di profonda giustizia sociale nei confronti di chi non ha mai “sfruttato” le occasioni per giustificare i suoi “furti”. L’onesta, infatti: morale, intellettuale, e ci aggiungerei pure fisica che sia, è un valore da difendere in maniera universale anche a costo di schierarsi contro gli autori di proverbi che hanno rappresentato da sempre un solido riferimento per quanto riguarda la nostra crescita culturale e come tale va glorificata. Fiduciosa, quindi, nel potere che il valore dell’onesta universale possa avere sulle coscienze umane, rivolgo un personale plauso a tutte le persone oneste che arricchiscono il mondo ma ciononostante non ci sarà giorno in cui non ricorderò a mia figlia di stare sempre molto attenta ai “ladri” e quindi di badare, con costante attenzione, a non lasciare intravedere le “occasioni”.

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Le donne che si sono arrese all’amore

Le donne che si sono arrese all’amore io le riconosco subito ed ogni volta che ne individuo una me ne dispiaccio. Le riconosco perché ce l’hanno scritto ovunque: sulle scarpe nuove che indossano, sugli orecchini nascosti dai capelli raccolti per comodità, sulle sfumature impercettibili del trucco e nella loro immensa borsa che contiene tutto l’universo tranne quei sogni imprescindibili da portare sempre con sé. Sono donne pratiche, risolutive, generose, puntuali. Guardano continuamente l’orologio per non essere in ritardo, abbassano il volume della radio prima di fare una telefonata, sono impeccabili nella cura degli abiti, sempre perfetti, gentili sempre con chiunque, senza fare distinzioni, tanto la vita è un treno che viaggia, ma che parte sistematicamente tutti i giorni alla stessa ora, ed alla stessa ora fa ritorno in stazione mentre i viaggiatori altro non sono che pendolari che per abitudine non si affacciano mai dal finestrino. Le donne che si sono arrese all’amore non hanno quasi mai sbalzi d’umore, non si arrabbiano se cade a terra lo zucchero che avevano preparato per il caffè oppure se il cibo è andato a male perché non l’hanno mangiato in tempo, se devono aspettare qualcuno che è in ritardo o se chicchessia non si comporta in maniera sufficientemente cortese nei loro confronti. Loro perdonano tutti e tutto sempre si risolve, per fortuna. E poi sorridono, sorridono sempre perché il sorriso aiuta moltissimo, aiuta chi lo esprime, aiuta chi lo riceve, e quindi, quando si sorride è tutto a posto e tra l’altro senza sprechi, nemmeno quello di entusiasmarsi oltre il sentito. E’ una vita che scorre, quella delle donne che si sono arrese all’amore. Scorre come un fiume che non teme la piena e nemmeno la siccità, ogni cosa si affronta, se viene, e se non viene, meglio. La loro filosofia di vita è la madre di tutte le filosofie e quindi non vale affatto la pena interrogarsi oltre, sapendo già che la ragione ha la risposta giusta prima ancora che vanga in mente una domanda. Eppure me ne dispiaccio sempre ogni volta che individuo una donna che si è arresa all’amore. Me ne dispiaccio perché immagino che non senta più scorrere il sangue dentro le sue vene e quindi, di conseguenza, le sue guance non diventano più rosse per nessuna ragione al mondo così come immagino che il suo cuore non pulsi più di aritmie ingiustificate dagli esami clinici tanto destabilizzanti da farla svegliare di soprassalto nel cuore della notte. Già, perché se non esiste più il cuore, non esiste più nemmeno quello della notte, uccisi entrambi definitivamente dalla regolarità: del sonno, della dose di melatonina assunta con sistematicità e dalla ragione per la quale si è andati a dormire troppo presto.

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C’era troppo sole…

C’era troppo sole e non si riusciva a scorgere nemmeno l’orizzonte. Allora si poteva provare ad immaginarlo: bello, sconfinato, rassicurante, sincero. Con gli occhi chiusi era tutto questo, e l’aria fresca, accogliendola dentro di sé, ossigenava la voglia di restare in quella dimensione. C’era troppo sole e forse c’era ancora troppo bisogno di quel sole tanto che bastava allungare una mano per sentire l’orizzonte immaginario scorrere sotto la pelle delle dita che lo accarezzavano. Era setoso come le ali di una farfalla, umido come la rugiada sulle foglie. C’era ancora troppo sole e forte era il timore che la luce potesse abbagliare ancora quell’orizzonte mentre il volo sincronizzato dei gabbiani scandiva il rallentamento dei battiti del cuore. Era un cuore instancabile ma consapevole che gli fosse stato chiesto troppo e la terra scottava ancora molto per pensare di adagiarcelo sopra. C’era troppo sole per poter vedere il buio che nemmeno con gli occhi chiusi si manifestava tutto intorno e c’era sicuramente troppo sole ancora per non arrendersi al richiamo delle ombre, come si fa di solito su di una spiaggia, anche quando è considerata l’ultima.

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Il centro dell’attenzione…

Il centro dell’attenzione è un posto bruttissimo. E’ pieno di ispide insidie pronte a ferirti e di mangrovie che non ti lasciano passare. La luce è dissuadente rispetto a tutto il resto che ti circonda e non arriva mai il buio a proteggerti dall’insistenza delle riflessioni. Il fragore delle voci esterne reclama costantemente il tuo ascolto involontario e copre il tuo pensiero, fino a renderlo frainteso. Non c’è scampo se scorgi un pericolo e nemmeno lo spazio per barcollare, ed è atroce perché lo sai, che la cosa peggiore che ti possa capitare quando sei al centro dell’attenzione, è cadere.

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Le cose veramente importanti

Le cose veramente importanti sono quelle per le quali viviamo, o per lo meno, così ci hanno educato a fare. Ma quali sono le cose veramente importanti, e poi, perché lo sono, ma soprattutto: per chi? Risposte alle quali forse, non tutti si preoccupano di trovare una risposta, quasi come se le cose veramente importanti appartenessero a quella sfera di astrazioni oggettive immutate nel tempo e nello spazio che fanno già intrinsecamente parte della nostra esistenza e quindi perché mai soffermarcisi? Eppure, io, personalmente, mi ci soffermerei. Già sulla etimologia della parola “importante”, perché si scopre che non è un termine fine a sé stesso, non è noioso come superficialmente si immagina e soprattutto è altamente interattivo ed intrigante. Il verbo “importare” infatti, è una delle molteplici geniali derivazioni latine che nasce dalla fusione concettuale di “in” (dentro) più “portare”, cioè “portare dentro”. Ebbene, si, portare dentro, quindi le cose importanti sono quelle che noi, per scelta, o per altro, ci portiamo dentro. Sono le cose che non possiamo lasciare all’esterno, che entrano dentro di noi modificando i nostri equilibri, sono quelle che ci indirizzano verso precisi propositi, sono quelle che ci fanno godere della loro stessa potenza irrompendo sulla nostra staticità sia fisica che emotiva. Le cose per noi veramente importanti, quindi, non dobbiamo cercarle nell’assetto sociale, né tanto meno nelle parole e nei consigli degli altri, perché questo comporterebbe un conflitto interiore tra le motivazioni profondamente personali e le aspettative, per così dire, di origini sconosciute. Sulla base di questa “importante” premessa, quindi, io ho deciso di riformulare il mio originario elenco di cose che sono per me veramente importanti e poi lo aggiornerò man mano, ogni volta che troverò sul mio cammino qualcosa che sentirò di non poter lasciare lì dov’è, si trattasse anche di una persona.

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Morning routine

L’insieme dei gesti che facciamo sistematicamente ogni mattina oggi si chiama “morning routine” e questo ci fa sentire tutti più fighi mentre deambuliamo con gli occhi gonfi e i capelli in disaccordo tra di loro, alla ricerca dello zucchero da mettere nel caffè. Sembra poco ma non lo è. Sentirsi fighi solo perché le nostre irrilevanti abitudini, necessarie solo alla carburazione post dormita, hanno oggi una connotazione più “yeah” ci introduce alla giornata, quindi anche alla vita, in una maniera diversamente propositiva. Nessuno ci guarda, probabilmente nessuno sta pensando a noi, eppure ci teletrasportiamo automaticamente, senza accorgercene nemmeno, in una dimensione di universale, globale condivisione di ogni singolo gesto,ma anche di ogni singolo pensiero. Immaginiamo con beffarda soddisfazione che abbiamo l’approvazione del resto del mondo a prescindere, anche se facciamo solo scoppiare l’incarto della merendina invece di aprirlo regolarmente dagli appositi spazi sulla confezione oppure se pensiamo a cose stupide che non hanno nulla a che vedere con i problemi reali a cui ancora non abbiamo trovato una soluzione. Dopotutto, le soluzioni dei problemi sono banali, noiose, e se non interessano a nessuno, perché mai dovrebbero interessare a noi? Noi, che ormai siamo tutti, e tutti sono noi, nella costante “orgia” mediatica di rappresentazione delle nostre vite dalla quale usciamo di scena solo mentre dormiamo, ci sentiamo ormai disconnessi quando si apre la porta di casa e si esce dall’applicazione ma è un tempo piccolo, che dura poco. Per fortuna c’è un traffico degno di un evento straordinario, davanti alla nostra auto attraversa una donna vestita in maniera ridicola, il cartellone pubblicitario che limita la visuale e la libertà di pensiero ci induce ad un originale gioco di parole, il gattino sul ciglio della strada ha urgentemente bisogno di un rifugio ma soprattutto di un’orda di compassionevoli “likes”, il nuovo locale che hanno aperto a fronte strada merita di essere collaudato e siamo pericolosamente, fighissimamente in ritardo. Ed è già “storia”.

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Il primo caffè del primo settembre

Il primo caffè del primo settembre ha lo stessa aroma delle pagine di un libro aperto per la prima volta, ha il profumo della crema per il viso scelta dopo aver guardato la pubblicità, ha il sapore della prima colazione servita ancora a tavola, ha la fragranza della pelle rigenerata dopo l’abbronzatura, ha il senso del risveglio dei sogni assopiti dal caldo, ha il colore della terra appena bagnata dall’irrigazione, ha l’essenza del grano prima della semina, ha il gusto dolce dello zucchero appena sciolto, ha il retrogusto amaro dei ricordi depositati sul fondo.

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Lo sfregio sul cuore

A volte è il peso delle nostre aspettative disattese a rendere più lento il ritmo dei nostri passi. Camminare adagio però non è un male, anzi, quando l’andatura permette di scorgere i fiori che fanno capolino tra i sassi, allora vuol dire che si sta andando alla velocità giusta. E non importa che qualcuno ci segua e non importa che qualcuno ci aspetti, l’importante è avere sempre la testa rivolta verso l’orizzonte e che non si abbassi mai per guardare i piedi troppo stanchi. Nessuno tanto si accorgerà mai di quello sfregio sul cuore, nessuno ne approfitterà, nessuno lo mortificherà oltre, nessuno lo guarirà. Sarà per sempre un difetto intimo, custodito dalle nostre difese sempre pronte ed agguerrite, pregiato e nobile come una dignità mai ostentata. Per sempre ci accompagnerà, per sempre sarà come fosse l’id per accedere al futuro, il nostro silenzioso e discreto sfregio tra i difetti.

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Sulla bellezza

Non è vero che la bellezza non conta, tutto conta, noi nel nostro insieme contiamo. Non si può scindere la bellezza dall’intelligenza o dalla sensibilità, o da qualsiasi altro aspetto della nostra persona, né viceversa. Ciascuno di noi è un insieme di cose, indivisibili tra loro. Nessuno dovrebbe mai provare a separarle, nemmeno con l’idea, nemmeno con le parole. Con la nostra immagine dobbiamo stare in pace, tutti.

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Ho smesso di cercare…

Ho smesso di cercare molte cose ad esempio la felicità, perché fondamentalmente o siamo felici tutti oppure non è felice nessuno. Quindi poi dovrei sentirmi in colpa nei confronti del resto del mondo che non è felice come me e se proprio non mi sentissi in colpa, sicuramente ci penserebbe qualcun altro a colpevolizzarmi per questo. Ma nella felicità in senso lato, un sentimento come quella della colpa, auto inflitta oppure etero inflitta, non è contemplato, tutt’altro. La felicità credo sia fatta soprattutto di pace, che sia con se stessi oppure con gli altri, che sia con la propria coscienza o con quella che secondo noi è l’incoscienza altrui e per la quale diventiamo presuntuosamente “tolleranti”. Perché poi, se vogliamo, già il termine “tolleranza” è un po’ infelice, come si suol dire, perché presuppone superiorità da parte di qualcuno, e questo fa decadere la connotazione democratica che dovrebbe esserne alla base. Quindi, a conti fatti, io non mi sforzo di cercare proprio niente, né di essere felice, né di essere tollerante e né tanto meno di essere qualcuno, perché secondo me, nessuno è qualcuno, nemmeno io. Oggi come oggi vivo semplicemente l’umanità di cui mi è stato fatto dono come l’opportunità di conoscere l’umanità degli altri e di goderne, inebriandomi della bellezza in quanto tale, e se mai dovessi sentire il bisogno di cercare dell’altro, aprirò google e digiterò: “dell’altro”.

Tronchi

Non amo le lungaggini, purtroppo, e questo è un problema perché per quella necessità di tagliare sempre tutto, ho circondato la mia vita di tronchi che non sono mai diventati alberi. Anche se poi, a pensarci bene, è un problema solo secondo chi, spesso e volentieri, mi fa notare l’inconcludenza dei tronchi, ma per me, che amo vedere oltre la siepe, è invece piuttosto rallegrante. Chi pensa che solo gli alberi siano degni di approvazione probabilmente si ferma alle apparenze. Se vogliamo gli alberi, per quanto completi e scenografici, possono anche incutere timore, facendo ombra con la loro maestosità sui nostri passi, i tronchi invece hanno, nella loro essenza, quel non so che di rivitalizzante, che mette fiducia, e sono belli soprattutto quando si possono scorgere i germogli così chiari e teneri, che contrastano con la scura solidità della corazza. Sarà che la vita mi ha troncato i sogni e gli affetti troppo presto, o sarà anche che ciò che ho scritto è un punto di vista che ha un suo fondamento forse più naturale che logico , ma sta di fatto che…. (mi scuso, ma ho sentito l’improvviso bisogno di troncare qui).