Flipper

Mio padre parlava molto poco, eppure mi ha insegnato tanto, senza nemmeno volerlo. Ero una ragazzina quando mi fece un regalo straordinario: una bottiglia di whisky vuota. Prima di pensare che fosse completamente impazzito, mi accorsi che aveva una fessura nel vetro della dimensione pressapoco di una moneta. Lui stesso ne infilò una subito, la prima, promettendomi che avrebbe fatto lo stesso ogni qual volta avesse “spiccioli” a disposizione fino alla prossima estate, in modo tale che io potessi avere un gruzzoletto da dedicare a cose inutili una volta finita la scuola. La straordinarietà del dono stava proprio in questo aspetto: mio padre mi stava regalando i mezzi per fare qualcosa di inutile, non so quanti genitori abbiano mai fatto un pensiero del genere. Come tutte le cose che si alternano ciclicamente finalmente anche l’estate arrivò, così come il momento di “stappare” quella prigione di vetro e liberare un numero indefinito di piccoli sogni scintillanti e tintinnanti. Mi piaceva da pazzi il rumore che producevano mentre li raccoglievo a due mani e li infilano disordinatamente in una borsetta de hello kitty. Sapevo già come li avrei spesi uno ad uno, ma questo era un mio segreto. Ogni giorno di quella vacanza mio padre mi scorgeva da lontano attingere rifornimenti da quella insolita fonte e mi aspettava anche solo per vedere il sorrisino beffardo che tentavo invano di celare abbassando lo sguardo. Nel susseguirsi di quei caldi giorni, la borsetta di hello kitty si svuotava sempre di più ed in casa non c’era nulla di nuovo che potesse giustificare quelle piccole “perdite” quotidiane. Fu così, che alle ultime monetine, prima che fosse troppo tardi, mio padre decise di seguirmi. Quando mi vide entrare nella sala giochi di quel paesino di villeggiatura che invitava tutti ad entrare, giovani e meno giovani, con lo stratagemma del juke box sempre in funzione, immediatamente capì. Probabilmente si commosse anche, al ricordo di quando mi fece vedere un flipper per la prima volta, dopo avermi fatto montare su una sedia di plastica affinché io potessi vedere con i miei occhi, quanto lui facesse di quella pallina quello che voleva, ma questo non lo saprò mai. Quello che ho sempre saputo però, è che anche io un giorno avrei fatto di quella pallina quello che volevo io, dovevo solo aspettare di avere tempo e modo per esercitarmi e quel momento era finalmente arrivato . Mio padre parlava poco, però mi ha insegnato che per quanto la vita fosse fatta di pendenze, di contatori frenetici che ti sobbalzano da una parte all’altra della macchina da gioco e di tilt che ti bloccano temporaneamente, siamo sempre noi ad avere il controllo della pallina. Basta crederci, e perché no, basta ogni tanto anche aver il coraggio di unire l’inutile al dilettevole, tanto si sa, che prima o poi quella pallina…cadrà.

Pubblicato da La blogopedista

un'apprendista blogger

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